L’olfatto come strumento di proximity marketing.

Ho trascorso questa mattina un pò di tempo nel web per vedere come si stanno muovendo gli ambienti marketing in Italia in relazione al tema “olfatto come mezzo per fare business“; voglio infatti capire se gli erogatori di profumi posti in prossimità dei punti vendita riescano o meno ad influenzare il processo decisionale d’acquisto delle persone.

A dire la verità non ho trovato molto, se non un paio di articoli molto interessanti di Ilaria Cardini (questo e questo) e qualche discussione (qui , qui e qui). Andando invece oltre oceano, lo scenario cambia: aumentano le informazioni, aumentano le analisi e le case history.

A prima vista si direbbe che il partito degli scettici sia in netta maggioranza: viene infatti interpretata come una tecnica di marketing troppo invasiva, potenzialmente molesta per persone sensibili. Si individua poi come fattore altamente limitante l’estrema soggettività del gusto personale nel giudizio di stessi profumi/odori.

A questo scetticismo rispondono però dei dati molto interessanti, riguardanti il livello degli investimenti fatti dalle Ad Companies statunitensi in questo settore:

  • 80 milioni di $ nel 2007

  • 500 milioni di $ stimati entro il 2016

Tra le aziende che vendono prodotti e tecnologie per fare “scent marketing” nei pdv e in luoghi pubblici in genere, ho individuato l’australiana Atmosfera; molto interessante è la lettura dei loro casi di successo, tra cui segnalo:

  • PROMOZIONE DI ALIMENTI IN SUPERMERCATI: l’emanazione di essenze legate ad uno specifico prodotto hanno portato ad aumenti nelle vendite del 170% sui formaggi, 340% sui prosciutti affumicati, 91% su coca-cola, 100% su salse al pesto,…

  • CASINO’ E SALE GIOCO: giocate aumentate del 48% nelle aree profumate con particolari essenze.

  • VENDITA IMMOBILI: prezzi di stipula contratto più alti del 5% su case/locali che presentano fragranze specifiche.

  • CENTRI COMMERCIALI: tempo di permanenza medio del cliente aumentato del 15% in presenza di ambienti con erogatori di essenze.

L’elenco poi continua con molti altri esempi.

Personalmente sono convinto che nel settore alimentare queste tecnologie abbiano (e avranno) un indubbio successo: un buon aroma chiaramente ha notevoli effetti se stimola necessità istintive e primordiali quali il bisogno di mangiare, generando quindi acquisti impulsivi (c’è poi una diretta correlazione tra prodotto>profumo).

Se invece si va su prodotti il cui acquisto è più elaborato, e dove non c’è questa diretta associazione tra prodotto e profumo, credo che i risultati non siano così automatici e di facile ottenimento.

La difficoltà sta proprio nell’individuare l’essenza che riesca ad avere per quel particolare prodotto la miglior risposta dal mercato. E in questo caso la ricerca diventa elemento essenziale (ecco il perchè di quella previsione di spesa di 500 milioni di $).

Bene. Con la promessa di tenervi aggiornati sul tema, vi saluto ponendomi un quesito: che sia mai possibile generare dal nulla un efficace “logo olfattivo“?  

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