Agenzie di comunicazione e modelli di business

Mi trovo sempre più spesso a confronto con agenzie di comunicazione (anche web agency) che adottano il sistema di business che io chiamo “outsourcing estremo”.

Ossia l’agenzia è composta essenzialmente da uno o più titolari, di solito figure che stanno a metà tra il commerciale e l’art director, che sfruttano una serie di agganci commerciali di alto livello per portare lavoro all’agenzia che però, in sostanza, risulta una sorta di scatola vuota.

Nel caso delle agenzie offline, viene comprata all’esterno sia la creatività che, alle volte, anche la direzione creativa, nonchè ovviamente tutta la produzione dei materiali.

Nel caso di web agency, viene affidato a freelance l’intero sviluppo di un sito, grafica e programmazione.

I vantaggi più evidenti di questo modello, sono quelli relativi al drastico abbattimento dei costi fissi, ridotti davvero all’osso.

Innegabile inoltre che, sfruttando una rete di freelance molto ampia, si possano non solo coinvolgere nei vari progetti le professionalità di volta in volta più adatte, ma anche sfruttare una certa “freschezza creativa”, altrimenti difficilmente ottenibile.

Nelle web agency, questo modello comporta la possibilità di poter sviluppare progetti senza essere legati alle specifiche competenze tecniche di sviluppatori interni, essendo formalmente slegati dalla piattaforma tecnologica utilizzata.

Non nego che sto parlando di questo modello perchè, da osservatore, mi capita soprattutto di vederne alcuni lati negativi.

In primo luogo, per le agenzie tradizionali, quello che noto è una scarsa personalità nella comunicazione e nelle campagne realizzate.

Altra cosa negativa credo sia, nel tempo, la creazione di un minor feeling con il cliente, anche in quei casi dove la continuità viene comunque garantita dall’account o dalla direzione stessa.

Nelle web agency, potrei dire che, oltre a restar valido tutto quanto detto sopra, vi sono degli ulteriori problemi legati all’aspetto tecnologico.

Conosco agenzie costrette, di fatto, a rifare da zero un progetto, non riusciendo a metter mano al lavoro svolto da un freelance con il quale si sono interrotti i rapporti.

Quelli elencati sopra sono solo alcuni spunti di riflessione; in questo caso, ancora più che riguardo agli altri post da me proposti, mi piacerebbe che si potesse aprire un mini dibattito, perchè mi interesserebbe conoscre opinioni diverse in base magari ad eseprienze concrete.

Aspetto i vostri commenti.

4 commenti ↓

#1 Blog Miss Net » Agenzie di comunicazione e modelli di business on 05.02.08 at 10:30 am

[…] Pietro Saccomani: […]

#2 Art Blog » Agenzie di comunicazione e modelli di business on 05.02.08 at 10:58 am

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#3 Federico Rossi on 05.03.08 at 1:31 pm

Un altro problema rilevante sta nella gestione del rapporto interattivo con il cliente. Sempre più si parla di strategie di marketing che mettono al centro il cliente, la sua partecipazione alla costruzione del prodotto/servizio, la sua voglia di essere protagonista. Molte agenzie di comunicazione presentano, giustamente, questa tendenza come ineluttabile salvo poi essere le prime a disattendere questo nuovo “dogma” proprio perché sono delle scatole vuote. Rapporto biunivoco vuol dire anche rapporto diretto e per questo ci vuole la struttura reale. Nella mia agenzia il cliente parla con l’account, con il direttore della strategia, con l’art director o con il grafico in modo indistinto, diretto e senza filtri, a seconda del progress del progetto. Risultato: cliente soddisfatto in quanto protagonista del processo di produzione, qualità alta e sempre monitorata, tempi di realizzazione abbattuti e rapporto rafforzato. Possono dire lo stesso le “scatole vuote”? Diffidate gente, diffidate.

#4 matteo on 05.05.08 at 7:14 am

Ciao Federico,
trovo la tua osservazione molto giusta.

Cliente protagonista = rapporto diretto con l’agenzia = rapporto diretto con persone della struttura.

Si, non fa una piega!

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